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I nonni paterni erano una vera e propria istituzione per la famiglia. Indiscutibile e rispettata da tutti.
Nonno Carlo e nonna Vittorina, riuscivano a radunare quattro generazioni insieme per le feste comandate, e le vacanze estive da trascorrere in spiaggia. Sempre tutti uniti a carovana, come nomadi che si spostano con tutta la casa e il suo contenuto, compresi gli strumenti musicali degli zii.
Anche le grandi decisioni dovevano passare attraverso di loro, e il loro giudizio insindacabile. Motivo per cui non sempre venivano compresi e apprezzati come meritavano dai membri della stessa famiglia.
Non erano perfetti, ma sapevano sempre come uscirne dalle situazioni di difficoltà o di imbarazzo.
Tuttavia, io ho dei bellissimi ricordi della mia infanzia vissuta con loro e tutta la ciurma dei cuginetti e zii, che non sempre era possibile frequentare al di fuori delle vacanze.
Le domeniche mattina si andava sempre in chiesa da buoni cattolici praticanti, e noi piccoli mocciosi appena finita la messa scapavamo di corsa per andare a trovare i nonni, che erano felici di vederci. La nonna ogni volta ci riempiva le tasche di caramelle e ai più grandicelli donava qualche soldino. Ci faceva sempre le solite domande: se andavamo bene a scuola, se eravamo stati buoni in chiesa e con i nostri genitori, ecc ecc. In realtà poi, correvamo da loro anche quando per punizione, mia madre ci proibiva di uscire. Mia nonna materna ci copriva tutte le volte, riuscivamo così a scamparla.
Ricordo con tenera nostalgia la villa di campagna sulla via per il mare di mia zia-madrina, che mio nonno aveva messo su per lei, progettata e costruita con le sue mani e con la collaborazione di tutta la famiglia. Mio nonno era capomastro muratore, e tutto quello che realizzava con il sudore delle proprie fatiche, era motivo d’orgoglio e soddisfazione non solo per lui, ma soprattutto per noi.
Ci metteva tutti all’opera, grandi e piccini, e ovviamente noi piccini aiutavamo a raccogliere i ritagli dei mattoni che restavano a terra, per metterli dentro alla carriola, che veniva poi portata via dagli zii. Una volta svuotata, a turno venivamo messi dentro per farci fare dei giri pazzeschi.
Con i nonni abbiamo imparato da subito il senso del dovere e della collaborazione, ma per noi non è mai stato un peso, perché lo facevamo come un gioco che finiva più per divertirci che per stancarci. Che tempi… siamo stati una vera squadra edilizia, meglio delle cooperative di oggi. Eravamo felici, e solo quando stavamo tutti insieme.
Quanto abbiamo perso crescendo e separandoci.
Nei campeggi estivi, trascorsi al mare, dentro quelle tende enormi simili a quelle dei militari, dove non mancava nulla, c’era la vita. La vera vita! Le grande abbuffate, i giochi dentro il sacco per saltellare senza cadere, le gare e i gelati vinti alle scommesse. La sveglia mattutina a suon di tromba e tamburi, e poi le canzonette con la chitarra al tramonto. Fare il bagno al chiar di luna e le lunghe corse sul bagno asciuga per non sentire il freddo. La doccia ghiacciata dello stabile balneare e infine tutti a nanna. Il jubox sempre in funzione, e le mamme con le nonne a mettere tutto in ordine, e preparare per il giorno dopo.
Che io ricordi, nonna Vittorina non è mai stata in buona salute, ma quando c'era da fare, faceva la sua parte, e la cucina era la sua passione. Finché poi non ha avuto problemi seri alla vista e alle gambe, che ha dovuto delegare alle sue figlie più grandi.
I nonni avevano fatto il voto di andare ogni anno a Lourdes, e tutte le volte che rientravano, ci portavano sempre dei souvenir.
A noi nipoti, caramelle… quelle tutte colorate che sembravano pietre ma deliziosamente saporite, e ai nostri genitori, la piccola bottiglia della madonna con dentro l’acqua benedetta, insieme alle immaginette con le preghiere stampate dietro.
Ricordo ancora come fosse oggi, quella caduta mal destra che feci nella scalinata ripida a casa della nonna, che dava al piano di sopra, per arrivare alla zona notte. Ero piccolissima, e rotolai come una batufolo di lana sino all’ultimo gradino… non ricordo di essermi fatta male, forse qualche escoriazione alle ginocchia, ma niente di grave. Rammento solamente un bel tour, scalino dopo scalino, probabilmente è stata più l’umiliazione per aver fatto quello strano volo davanti a tutti, il mio dolore, che non l’ho mai dimenticato.
Da i miei fratelli e sorelle venivo presa in giro per il mio strabismo ad un occhio, simile a quello della nonna… e per farmi arrabbiare mi chiamavano “Vittorina” come lei, io piangevo ogni volta, anche se non capivo il perché. Mi dava fastidio e mi rattristava. La nonna sapendolo invece trovava sempre parole gentili per consolarmi.
Alla fine quel nome rimase un soprannome, come un etichetta storica, per gran parte della mia infanzia.
Quando andammo ad abitare in via Artiglieria, parte vecchia di Sassari, eravamo già tutti un po’ più grandi. Mio nonno ci costruì un bellissimo caminetto, simile a quelli che si vedono nei catalogo di chalet da montagna. Piaceva a tutti. E quante grigliate abbiamo consumato. Solo che dopo qualche anno, la canna fumaria difettava: ci faceva entrare il fumo dentro casa. Con un accurata indagine, si scoprì che non era una buona posizione. D’estate il problema non si poneva, ma d’inverno con il mal tempo e la direzione del vento ostile, era impraticabile. Decisero con mio padre di abbatterlo e rifarne un altro nella direzione opposta. Questa volta optarono per un prefabbricato… era carino, ma niente in confronto al primo.
Mia nonna nel frattempo si era ammalata, rimanendo inferma per lungo tempo. Non la vedevamo più come in passato, e andare a trovarla diventava sempre più complicato, anche perché la zia, sua figlia più piccola, se l’aveva presa in casa con sé per accudirla meglio. Il nonno, un po’ per necessità di distrarsi, e un po’ per rendersi ancora utile con i nipoti, veniva spesso a trovarci. Avevamo Paride, il fratellino ultimo nato della famiglia, che il nonno adorava tantissimo e viziava come più poteva.
Di un natale regalò a Paride un treno elettrico a batteria ricaricabile, con una pista che lui stesso gli piazzò.
Aiutò mio padre sino alla fine. Lo aveva fatto con il pergolato per il vigneto di uva, con le zucche
successivamente, e con le potature e innesti quando cera bisogno.
Quando mia nonna era alla fine dei suoi giorni, ci volle tutti al suo capezzale… aveva qualcosa da dirci prima di lasciarci per sempre.
Mi impressionò positivamente il suo coraggio nella malattia, e nella sua consapevolezza della morte. Era molto ironica, ci raccontava anche barzellette su Dio, e il suo sguardo emanava una luce particolare. Mi ricordo che ci disse che lei non aveva per niente paura della morte. Si sentiva pronta e serena ad andare in cielo, che aveva detto le sue preghiere ed ora poteva salutarci senza alcun rimpianto. Gli angeli la stavano aspettando. Ci volle baciare ad uno ad uno pronunciando a voce fioca di andare in pace.
Ci raccomandò così di non piangere per quando se ne sarebbe andata, e di fare da bravi ubbidendo sempre ai nostri genitori.
Fu l’ultima volta che la vidi viva.
Del nonno invece non ricordo quando ci lasciò… ma in compenso abbiamo mantenuto tutti i ricordi dei momenti più belli che ci ha fatto vivere insieme alla famiglia, e gli insegnamenti preziosi che ha lasciato nei nostri cuori.
I nonni paterni incutevano timore e ammirazione allo stesso tempo, perché erano severi ma sempre presenti nelle nostre vite. Sapevano quando rimproverarci e quando viziarci.
Ma nel bene e nel male, sono stati dei nonni speciali negli anni migliori della nostra vita.